| La
nuova edizione de La Cristianità
o Europa, opera tanto breve quanto
celebre scritta da Georg Philipp Friedrich
von Hardenberg, alias Novalis, tra
l’ottobre e il novembre del
1799, si segnala non solo per la proficua
presenza del testo a fronte (particolare
editoriale che, trasgredendo al costume
purtroppo consolidato della pubblicazione
di testi in prosa in sola traduzione,
suggerisce l’adozione d’un
punto di vista europeo), ma anche
e soprattutto per i ricchi apparati
critici di Alberto Reale che, pur
non presentando elementi di novità
nel quadro degli studi sull’autore,
permettono di cogliere i presupposti
storici, culturali e ideologici de
La Cristianità o Europa.
Nel saggio introduttivo Genesi, struttura
e significato de “La Cristianità
o Europa” di Novalis (a cui
segue una breve, ma esauriente notizia
biografica), il germanista ripercorre,
dapprima, le tappe compositive e la
tormentata storia editoriale del testo,
che viene pubblicato integralmente
soltanto nel 1880, in appendice all’epistolario,
curato da Raich, di Novalis con gli
Schlegel. Basandosi sul lavoro di
Richard Samuel, Alberto Reale analizza,
poi, la costruzione generale e il
contesto storico dell’opera
alla luce del frammento 153 dei Fragmente
und Studien. Dopo aver brevemente
esposto la concezione novalisiana
della storia (concezione allo stesso
tempo tipologica, teologica e teleologica,
che culmina nella figura della storia
quale frammento evangelico e dello
storico quale profeta), lo studioso
analizza le caratteristiche strutturali
e stilistiche del testo, rifacendosi
rispettivamente alle tesi del già
citato Richard Samuel, di Barbara
Steinhäuser-Carvill e di Nicholas
Saul: appare, così, chiaro
che La Cristianità o Europa
appartiene al genere del discorso
(R. Samuel) o, specificatamente, ad
un genere particolare di discorso,
vale a dire alla predica (B. Steinhäuser-Carvill),
sebbene sia necessario sottolineare
che l’autore-oratore crea l’effetto
illusionistico d’un discorso-predica
al fine di coinvolgere il lettore-spettatore
nello spazio retorico della storia
trasformata in monologo drammatico
(N. Saul).
Al testo originale e alla traduzione
de La Cristianità o Europa
seguono quarantatre note esplicative,
una bibliografia generale su Georg
Philipp Friedrich von Hardenberg (divisa
in sette rubriche e contenente complessivamente
duecentodieci titoli) e un glossario
finale, in cui vengono illustrate
dodici parole-chiave (Astenia, Eccitabilità,
Entusiasmo, Filologia, Irreligiosità,
Lettera, Predica, Religione, Senso
religioso, Spirito, Storia e Storico),
utili per cogliere la rete di riferimenti
filosofici, linguistici nonché
scientifici cui l’opera rimanda.
Chi scrive queste righe è,
tuttavia, persuaso che il significato
ed i meriti della presente riedizione
oltrepassino i confini dell’oggetto-libro.
Contrariamente alle edizioni del 1985
(in cui vengono raccolte, a cura di
Pocar e di Cusatelli, anche le traduzioni
di Fede e amore e di alcuni Frammenti)
e del 1993 (apparsa, a cura di Desideri,
nell’Opera filosofica), la scelta
di pubblicare indipendentemente lo
scritto di Novalis suggerisce, in
primo luogo, la volontà di
rivendicarne l’assoluta autonomia
e la stupefacente modernità.
La Cristianità o Europa esce,
non a caso, per i tipi di Bompiani
nel settembre 2002, ovvero otto mesi
dopo l’entrata in vigore della
moneta unica (primo gennaio 2002),
l’evento che sancisce definitivamente
l’esistenza d’una comunità
economicamente e politicamente intesa.
L’opera di Georg Philipp Friedrich
von Hardenberg sembrerebbe indicare,
in maniera chiara, che tale dimensione,
fondamentalmente tecnica e strutturale,
non è ragione né sufficiente
né necessaria per costituire
quell’utopia europea che, sotto
mutevole figura, prende paradossalmente
forma a partire dal sedicesimo secolo,
il periodo in cui, a detta dell’autore
stesso, l’unità spirituale,
mitica e leggendaria dell’Ecclesia
viene irrimediabilmente minata.
La soluzione al dilemma della necessità
d’una Seele e d’una Kultur
realmente europee, che superino i
confini dei singoli agenti politico-statali,
viene formulata nei termini teleologici
d’una dialettica storica pre-hegeliana,
secondo la quale alla tesi (il medioevo
mitico ed edenico, in cui un’unica
chiesa congloba l’intera cristianità)
e all’antitesi (la scissione
riformistica, che giunge all’apice
con i tempi irreligiosi e con il razionalismo
illuminista), deve de iure seguire
una sintesi profetica, prefigurata
nelle righe seguenti:
Nun
wollen wir uns zu dem politischen
Schauspiel unsrer Zeit wenden. Alte
und neue Welt sind in Kampf begriffen,
die Mangelhaftigkeit und Bedürftigkeit
der bisherigen Staatseinrichtungen
sind in furchtbaren Phänomene
offenbar gworden. Wie wenn auch hier
wie in den Wissenschaften eine nähere
und mannigfaltigere Connexion und
Berührung der europäischen
Staaten zunächst der historische
Zweck des Krieges wäre, wenn
eine neue Regung des bisher schlummernden
Europa ins Spiel käme, wenn Europa
wieder erwachen wollte, wenn ein Staat
der Staaten, eine politische Wissenschaftslehre,
uns bevorstände! Sollte etwa
die Hierarchie diese symmetrische
Grundfigur der Staaten, das Prinzip
des Staatenvereins als intellektuale
Anschauung des politischen Ichs seyn?
Es ist unmöglich daß weltliche
Kräfte sich selbst ins Glichgewicht
setzen, ein drittes Element, das weltlich
und überirdisch zugleich ist,
kann allein diese Aufgabe lösen.1
E ancora, poco più avanti:
Es wird so lange Blut über
Europa strömen bis die Nationen
ihren fürchterlichen Wahnsinn
gewahr werden, der sie im Kreise herumtreibt
und von heiliger Musik getroffen und
besänftigt zu ehemaligen Altären
in bunter Vermischung treten, Werke
des Friedens vornehmen, und ein großes
Liebesmahl, als Friedenfsfest, auf
den rauchenden Wahlstätten mit
heißen Thränen gefeiert
wird. Nur die Religion kann Europa
wieder aufwecken und die Völker
sichern, und die Christenheit mit
neuer Herrlichkeit sichtbar auf Erden
in ihr altes friedenstiftendes Amt
installiren.2
La
costituzione della “pace perpetua”
(secondo la celebre formulazione kantiana,
che precede, di circa quattro anni,
La Cristianità o Europa) deve,
dunque, passare attraverso il superamento
del Papato e del Protestantesimo,
approdando ad una nuova chiesa, capace
di ristabilire l’unione tra
potere temporale e potere spirituale,
tra ragione e fede, tra immanente
e trascendente: «Seine zufällige
Form ist so gut wie vernichtet, das
alte Pabstthum liegt im Grabe, und
Rom ist zum zweytenmal eine Ruine
geworden. Soll der Protestantismus
nicht endlich aufhören und einer
neuen, dauerhafteren Kirche Platz
machen?»3.
Come l’immagine del Medioevo
si carica, tuttavia, delle tinte mitiche
della leggenda, epurata dagli “accidenti”
(nel senso aristotelico del termine)
dalla realtà storica 4,
così la profezia politica si
caratterizza quale annuncio evangelico
d’una Gerusalemme celeste, che
non necessita de facto d’una
realizzazione pratica: «Wann
und wann eher? Darnach ist nicht zu
fragen. Nur Geduld, sie wird, sie
muß kommen die heilige Ziet
des ewigen Friedens, wo das neue Jerusalem
die Hauptstadt der Welt seyn wird;
und bis dahin seyd heiter und muthig
in den Gefahren der Zeit, Genossen
meines Glaubens, verkündigt mit
Wort und That das göttliche Evangelium,
und bleibt dem wahrhaften, unendlichen
Glauben treu bis in den Tod»
5 . Queste ultime
parole chiariscono, anzi, che lo spazio
e il tempo, entro cui si compie la
visio di un’Europa nuovamente
riunita attorno ad una sola Christenheit,
sono quelli dell’attesa fideistica
e religiosa.
Il vecchio continente si trasforma,
così, nel luogo in cui deve
idealmente sorgere, per necessità
dialettica, quella civitas utopica
che, sotto differenti nomi, forme
ed aspetti, traversa la cultura europea
da Platone a Campanella, da Sant’Agostino
a Rabelais. Il vecchio continente
si trasforma, cioè, nel simbolo
ambiguo e contraddittorio d’una
letteratura filosofica che rinuncia
alla Storia per creare una storia
con il fine paradossale d’agire
nella Storia stessa.
L’attualità dell’opera,
dunque, non risiede soltanto nella
comunanza esteriore tra le idee ivi
formulate e alcune elaborazioni odierne
sul concetto di (com)unità
europea, quale organismo politico-economico
alla ricerca delle proprie radici
spirituali e culturali. Il testo di
Novalis suggerisce, piuttosto, l’esistenza
d’una rappresentazione doppia
dell’Europa (irrimediabilmente
oscillante tra realtà e utopia,
tra Storia e storia, tra qui e oltre),
rappresentazione con cui è
necessario, secondo il personale parere
di chi scrive, confrontarsi preventivamente
per approdare ad una concezione realmente
organica della tradizione europea.
Note
1. «Ma rivolgiamoci
ora allo spettacolo politico del nostro
tempo. Il vecchio mondo e il nuovo
sono occupati a combattere, i difetti
e le insufficienze degli ordinamenti
statali che finora si sono avuti sono
diventati in fenomeni tremendi. E
cosa accadrebbe se, come nelle scienze,
anche qui lo scopo storico della guerra
fosse innanzitutto una connessione
ed un contatto più stretto
ed articolato degli Stati europei;
se entrasse in gioco un nuovo movimento
dell’Europa, fino ad ora sonnecchiante;
se l’Europa volesse risvegliarsi;
se ci attendesse uno Stato composto
da Stati, una ‘dottrina della
scienza’ politica! Dovrebbe
ad esempio, essere la gerarchia, questa
figura fondamentalmente simmetrica
degli Stati, il principio dell’unione
degli Stati come intuizione intellettuale
dell’Io politico?
È impossibile che forse terrene
si equilibrino da sole; soltanto un
terzo elemento, al tempo stesso terreno
e ultraterreno è in grado di
risolvere questo problema» (Ibid.,
p. 118-121).
2. «Scorrerà
sangue sull’Europa fino a quando
le nazioni diverranno consapevoli
del loro spaventoso delirio che li
fa girare in tondo e, ammansite da
una musica sacra, in una variopinta
mescolanza, si avvicineranno a quelli
che erano una volta gli altari, compiranno
opere di pace e verrà celebrata
con calde lacrime, sui fumanti campi
di battaglia, un grande banchetto
d’amore come festa di riconciliazione.
Solo la religione può risvegliare
l’Europa e dar sicurezza ai
popoli e insediare la Cristianità,
visibile sulla terra, con nuova magnificenza
nel suo antico ufficio di operatrice
di pace» (Ibid., p. 122-123).
3. «La sua forma
accidentale è di fatto annientata,
l’antico papato è sepolto
e, per la seconda volta, Roma è
diventata una rovina, Non finirà
finalmente il Protestantesimo facendo
largo a una nuova Chiesa più
duratura?» (Ibid., p. 126-127).
4. Alberto Reale afferma
nel capitolo IV del suo saggio introduttivo:
«Novalis ci presenza un’immagine
ideale, costruita con sapiente selezione
degli aspetti negativi, di una Europa
unificata a livello spirituale in
un unico regno. È l’immagine
non di come era il Medioevo ma di
come avrebbe voluto essere: non troviamo,
infatti, nessun cenno ai rapporti
politici, alla struttura sociale,
ai rapporti conflittuali tra potere
temporale e potere spirituale, alle
crociate» (Ibid., p. 25).
5. «Ma quando?
Presto? Questo non si deve chiedere.
Solo: pazienza; verrà, deve
venire il sacro tempo della pace perpetua,
in cui la nuova Gerusalemme sarà
la capitale del mondo; e fino ad allora
siate sereni e coraggiosi nelle avversità
del tempo, compagni della mia fede,
annunciate in parole e azioni il Vangelo
divino e restate fedeli alla fede.
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