| Questo
volume è la storia di un viaggio
straordinario, compiuto attraverso
il tempo e lo spazio, la mente e il
corpo dell’uomo, da oriente
a occidente, testimonianza di un lavoro
che R. B. Onians iniziò, ancora
studente, nel 1922 e portò
a una prima conclusione organica dopo
18 anni, nel 1940, ormai docente a
Cambridge per poi ulteriormente rielaborarlo
fino all’edizione inglese del
1954.
Il punto di partenza dello studioso
è il tentativo di dare una
risposta a quelle che già nell’antichità
erano domande essenziali per l’uomo:
cosa accade con e dopo la morte, qual
è la natura della mente e quali
sono i suoi processi, cos’è
l’anima e, questione alla base
di tutte le altre, cosa significa
il corpo e cosa ne rappresentano le
sue varie parti per l’uomo e
gli altri esseri animati. Sulla scorta
di queste domande altre poi se ne
aggiungono: la struttura del mondo,
la sua origine, il destino, il tempo.
Nel tentativo di cercare le risposte
che i Greci e Romani si sono dati,
Onians ricostruisce i percorsi mentali
e immaginari dell’uomo antico,
risalendo, dove occorra, anche all’uomo
mesopotamico, ne esamina le credenze
e le conoscenze, ne studia i modi
in cui queste vengono messe in relazione
e soprattutto, in una sorta di metodo
Stanislawski applicato alla filologia,
cerca di ricostruire dentro di sé
“l’animus” dell’uomo
di cui parla. Uno studio affascinante,
condotto con un acume e un’intuizione
pari solo alla competenza scientifica
di altissimo livello dimostrata, sorretta
da una evidente e profonda passione
e per l’argomento che affronta.
Non potendo dare un resoconto dell’intero
volume mi limito ad un breve e parziale
saggio di come Onians, sulla scorta
di una messe di fonti sterminata,
ricostruisce il concetto di psiche.
Scopriamo
così che nell’antichità
parole tipiche dell’epos omerico
come thumòs (lat. fumus) e
psyché occupavano ambiti differenti
in relazione al corpo umano, essendo
il primo legato certamente al respiro
e quindi al petto e ai polmoni (frenes
in greco e praecordia in latino) mentre
il secondo risiedeva soprattutto nella
testa. Le conseguenze di questa concezione
non sono di poco conto: il thumòs
era destinato a venir distrutto con
la morte dell’essere in cui
albergava, mentre la psyché,
vero spirito vitale, sopravviveva
e anzi spesso veniva rappresentato
come “ombra” avente la
stessa forma del corpo cui apparteneva.
Onians mostra molto bene come al thumòs
greco corrispondesse un Io cosciente,
intelligente e pensante, ovvero razionale,
mentre alla psyché corrispondeva
invece un Io non razionale, legato
ad esempio alla profezia; non si può
non vedere in questo che l’antichità,
ancor prima dei Greci e dei Romani,
aveva avuto un’intuizione che
doveva approdare, alla fine del XIX
secolo, alle teorie psicoanalitiche
di Freud. A proposito della psyché
l’idea che essa risiedesse nella
testa ha contribuito non poco a rendere
quest’ultima sacra sotto tutti
gli aspetti. Se la sacralità
della testa era dovuta alla convinzione
che in essa vi fosse l’anima
vitale, tale anima era a sua volta
connessa con il cervello, visto come
una sorta di liquido a sua volta legato
al midollo cerebrospinale (un liquido
anch’esso vitale) e infine,
spingendo ulteriormente questa analogia,
con il liquido vitale per eccellenza:
lo sperma. La testa è insomma
sia la persona, sia la fonte generatrice
di altre vite e su di essa si concentra
la maggiore attenzione degli antichi;
da qui l’uso, fra l’altro,
della decapitazione, gesto che serviva
sia a privare dell’anima i nemici,
sia anche a conservarla nel caso di
persone amate. Gli esempi addotti
da Onians sono numerosissimi; a questi
ne aggiungerei altri rinvenibili ancora
duemila anni dopo nei racconti cavallereschi
medievali. In “Sir Gawain e
il Cavaliere Verde”, durante
il periodo natalizio alla corte di
Re Artù, capita all’eroe
come avventura di dover tagliare la
testa ad un misterioso cavaliere verde
su esplicito invito di quest’ultimo.
Subito dopo la decapitazione, il cavaliere
prende in mano la propria testa ancora
viva, la quale oltretutto parla e
graziosamente dà appuntamento
a Gawain di lì a un anno nella
sua residenza per subire a sua volta
lo stesso trattamento. Ora leggendo
il testo di Onians si può avanzare
l’ipotesi che il colore verde
del cavaliere non sia casuale: la
radice di questa parola sarebbe infatti
la stessa di vir, vires, verres (in
italiano verro – porco), verna
e virga, ovvero è la radice
di una parola che indicherebbe in
origine il maschio sulla base del
liquido seminale che egli emette,
(sanscr var=acqua, vrsan=maschio),
collegato quindi alla linfa vitale
e alla generazione; in altre parole
alla vita. In realtà non tutte
queste etimologie presentate dallo
studioso sono esatte: esse, considerando
anche il periodo, erano desunte in
massima parte, spesso in maniera forzata,
dall’indoeuropeo e non potevano
che solo parzialmente ricorrere ad
una fonte differente quale quella
sumero-accadica, per ricostruire parte
della terminologia greca e latina.
tuttavia i termini virga, vireo, (da
cui verde) sono effettivamente collegati
alla nascita (virga significa rampollo,
si pensi a virgulto) e forse, per
analogia, alla generazione. Il Cavaliere
verde del racconto, indubbiamente
un essere oltremondano, è altresì
un essere dotato di linfa vitale e
quindi non può, letteralmente,
perdere la testa, ovvero perdere la
fonte di questa linfa vitale. Anche
nelle fiabe appare l’importanza
della testa: non di rado l’eroe
di una favola deve entrare in una
casa circondata da una palizzata su
cui sono impiantate delle teste.
Ancora
non va dimenticata la celebre novella
di Boccaccio, la V della IV giornata,
in cui la protagonista, Lisabetta
da Messina, innamorata di un giovane
garzone a servizio dai fratelli, scopre
che questi lo hanno ucciso. Disperata
si impadronisce della testa dell’amato
e la sotterra in un vaso di basilico
che, naturalmente, da quel momento
cresce rigogliosissimo. Forse anche
l’usanza di rappresentare la
testa sulle monete sin dall’antichità
deriva da questo complesso e intricato
insieme di concezioni sulla testa.
Ma torniamo al libro. Da questa veloce
serie di collegamenti esso ci conduce
ad ulteriori riflessioni e ricostruzioni
del pensiero antico in grado di spiegare
fenomeni apparentemente assai distanti
fra loro: dal significato della castità
per l’uomo antico, al perché
fino a tutto il medioevo le donne
erano considerate prive di anima (nel
senso di psyché), da espressioni
quali “olio di gomito”
o “unto del Signore”,
ad altre come “sciogliere le
ginocchia”, oppure da gesti
quali inginocchiarsi allo strapparsi
i capelli per il dolore.
Nel ricostruire questa ed altre forme
di pensiero Onians tesse una rete
vasta e ricca di nodi e di relazioni
che intrecciano, a partire da un ordito
costituito dal “corpo”,
una trama fatta di pensieri e concetti
che ad esso fanno riferimento. Lo
studio di Onians è esemplare
per il modo in cui tutte le conoscenze
in possesso vengano fatte interagire
per ottenere un sapere che vada ben
oltre la mera somma di queste stesse
conoscenze.
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