|
Revue des
Littératures de l’Union Européenne

Review
of Literatures of the European Union 
1-2
dicembre 2005
Convegno “La traduzione è una
forma”. Trasmissione e sopravvivenza
dei testi romanzi medievali (Università
di Bologna)
Resoconto di Fabio Regattin (DRIST-Università
di Bologna)
Il
convegno, organizzato dalla Sezione di Filologia
romanza della Facoltà di Lettere e
Filosofia dell’Università di
Bologna e patrocinato dal DRIST (Dottorato
di Ricerca in Scienza della Traduzione) e
dalla SIFR (Società Italiana di Filologia
Romanza), ha visto la partecipazione di numerosi
studiosi, italiani e stranieri, che si sono
confrontati sul tema della traduzione, della
trasmissione e della sopravvivenza dei testi
romanzi medievali.
Gli interventi si sono orientati verso due
tematiche principali: da un lato, sono stati
trattati i problemi posti dalla traduzione
attuale di testi antichi; dall’altro,
si è discusso delle pratiche traduttive
e del ruolo svolto dalla traduzione direttamente
in epoca medievale.
L’intervento
inaugurale di Claudia Villa (Quale forma?
Tradurre in età carolingia e ottoniana),
vicino al secondo genere di approccio al problema,
ha tracciato una sottile analisi del ruolo
della traduzione in un periodo (i secoli IX
e X) di rottura, nel quale il sistema medio
latino entra per la prima volta a contatto
con elementi – il greco da un lato,
i volgari dall’altro – di possibile
minaccia alla propria egemonia.
La comunicazione di Alfonso d’Agostino
(Strategie metriche, linguistiche e retoriche
per una nuova traduzione del Cantar de
Mio Cid) ha spostato l’asse della discussione
verso la pratica e la critica delle traduzioni,
trattando dei problemi pratici e teorici posti
da una traduzione contemporanea del verso
irregolare del Cantar e supportando
la propria argomentazione con un’attenta
analisi delle traduzioni italiane che hanno
preceduto la sua.
L’intervento di Annamaria Annicchiarico
(Edizione e traduzione: un caso catalano
emblematico) ha sollevato il problema
del rapporto tra edizione critica e traduzione,
nel momento in cui le due operazioni siano
effettuate contemporaneamente.
Pietro G. Beltrami (Raccontare in poesia,
tradurre in versi. Il Cavaliere della
carretta e altro) ha presentato la
propria traduzione, in versi ottosillabi e
rimata, del Chevalier de la charrette
di Chrétien de Troyes e Godefroy de
Leigni; una traduzione che dimostra come talvolta
il verso, lungi dal costituire una gabbia
eccessivamente rigida per il traduttore, permetta
di mantenere, in modo più efficace
della prosa, non solo la forma ma anche le
reti tematiche e semantiche del testo originale.
La seconda giornata dei lavori si è
aperta con la comunicazione Tradurre il
medioevo: ma come?, una riflessione tra
teoria e pratica nel corso della quale Giuseppe
Tavani, traendo i propri esempi soprattutto
dall’opera di Gonzalo de Berceo, ha
ricordato quanto le singole soluzioni trovate
dai traduttori a problemi specifici risultino
talvolta molto più importanti, e parlanti,
di molte teorie della traduzione onnicomprensive
che, per la loro stessa vastità, possono
risultare sterili alla prova dei fatti.
Con una variazione rispetto al programma stabilito,
Richard Trachsler, nel successivo intervento,
ha fornito un confronto tra le introduzioni
alla versione franco-italiana del Milione
e al Romanzo Arturiano, testi la
cui paternità è tradizionalmente
assegnata a Rustichello da Pisa. Trachsler
ha provocatoriamente suggerito, appoggiandosi
su diversi indizi, l’incertezza dell’attribuibilità
a Rustichello del secondo testo.
Corrado Bologna, nella comunicazione “Tradurre”
idee in parole e immagini, ha sostenuto
la necessità di appoggiarsi sull’interazione
tra iconografia e scrittura per capire culture
distanti come, oggi per noi, quella medievale.
Attraverso vari esempi, tratti principalmente
da scene letterarie e pittoriche della deposizione
di Cristo, Bologna è arrivato a dimostrare
l’utilità, anche a livello filologico,
di un’analisi comparata delle due forme
di espressione.
Nel suo Tradurre per conoscere. La prima
traduzione del Corano in una lingua europea
moderna, Luciano Formisano ha rivelato
la presenza della prima traduzione del Corano
in una lingua volgare all’interno del
codice Vaglienti – una traduzione di
molto anteriore a quella realizzata nel 1547
da Andrea Rivabene.
Questi quattro interventi sono stati seguiti
da una tavola rotonda che ha visto la partecipazione
di tre studiosi: Paola Calef (La “Comedia
de Dante” in prosa castigliana)
ha mostrato come la traduzione di Enrique
de Villena – la prima della Commedia
dantesca in castigliano – nonostante
il suo ruolo di traduzione di servizio indichi
la profonda conoscenza del testo da parte
del traduttore, e il suo utilizzo di numerosi
commenti e glosse a lui precedenti; Carlo
Saccone (Le traduzioni italiane di Hafez)
ha mostrato la censura (o l’incomprensione
profonda) subita nel nostro paese dai ghazal
del poeta persiano Hafez, testi dai quali
ogni traccia di passione omoerotica - passione
che costituisce l’argomento fondante
di questo genere poetico tradizionale - è
stata sistematicamente espunta da numerosi
traduttori; Alvaro Barbieri (Tradurre
prose francesi due-trecentesche) ha dimostrato
che il problema del mantenimento di determinate
caratteristiche formali non riguarda unicamente
la traduzione del verso poetico, ma può
risultare di particolare importanza anche
per la traduzione della prosa: elementi tipici
della prosa medievale (frequenza delle figure
di ripetizione, paratassi, concatenazioni
frastiche con ripresa) vanno riproposti se
si vuole mantenere la sua alterità
e suggerire la difficoltà che i testi
di quest’epoca pongono all’avvicinamento
di qualunque lettore contemporaneo.
Interessante e molto ricca la comunicazione
conclusiva di Gianni Scalia, Le traduzioni
del Medioevo di Pier Paolo Pasolini.
Scalia ha rievocato l’interesse dell’intellettuale
per la lirica provenzale e l’influsso
che le sue letture in questo campo hanno avuto
per l’elaborazione di una poetica personale
e “parlante” in friulano, ricordando
inoltre la filmografia del giovane Pasolini,
che attraverso tre film (Il Decamerone,
I Racconti di Canterbury e Il
Fiore delle mille e una notte) si è
riallacciato rispettivamente al medioevo italiano,
inglese e orientale. Questo intervento, più
ampio e la cui tematica si è leggermente
distanziata dalle comunicazioni precedenti,
ha costituito la chiusura ideale, nella sera
di venerdì, del convegno.
Il
programma del convegno (in formato .pdf) può
essere scaricato all’indirizzo www.sifr.it/convegni/2005/colloquio_traduzione_bologna.pdf
|